L'Orma Rossa


Considerazioni dell’autore

"L'orma rossa" è un altro passo a ritroso, un ulteriore tentativo di capire cosa mi/ci era successo negli anni settanta, che eppure avevo vissuto da protagonista. Venendo da una famiglia religiosamente comunista mi sentivo legittimato a rovistare tra i panni sporchi del P.C.I. Inoltre, in quel periodo mantenevo una corrispondenza ricca di informazioni storiche con un illustre ex membro del partito silurato insieme a Pietro secchia. Rimprovero al P.C.I. l'ambiguità calcolata, la lingua biforcuta con cui da un lato alimentava i ssogni di tutti gli sfruttati, spesso mandandoli al massacro, e dall'altro si riproduceva come partito di potere avendo diritto a spartirsi la torta con la Democrazia Cristiana. Del P.C.I. detesto l'anima stalinista, complottista e persecutrice che già durante la seconda guerra mondiale giocò un ruolo di primo piano nella vigliacca distribuzione politica dei popoli europei. Più tardi, durante la tragedia degli anni settanta, credendosi ormai a un passo dall'Olimpo, tutte le maschere caddero e il P.C.I. si rivelò per quello che in realtà era.

Basterebbe con ricordare le numerose espulsioni degli iscritti al partito che si rifiutavano di etichettare il movimento contestatario come una devianza di destra; degli sgherri di Lama che assaltavano a sprangate l'università di Roma; gli autoblindo del sindaco di Bologna; le pattuglie armate contro i comitati autonomi dell'Alfa e della Fiat; la brillante idea di Ferrara, allora consigliere comunale a Torino, di lanciare un censimento porta a porta con lo scopo di promuovere la delazione per ogni comportamento in odore di sovversione. E via di questo passo fino alla copertura di omicidi, di torture, di decine di migliaia di licenziamenti, di oltre diecimila compagni arrestati. Mi è difficile non credere che se negli anni settanta il P.C.I avesse accettato il dialogo con il Movimento si sarebbe potuto evitare un massacro. Invece hanno fatto come i fascisti, si sono schierati con i cattolici dando il via alla caccia alle streghe. Del resto, dopo il '43, non si contano i quadri del Fascio riciclatisi nel cosiddetto partito dei lavoratori. In comune avevano il concetto del lavoro: per gli uni rappresentava il centro della liberazione (in URSS gli stacanovisti lavoravano senza stipendio) e per gli altri il rafforzamento della razza.

Articolo di Domenico Gallo apparso sulla rivista PULP

L’ombre rouge è il terzo romanzo di Cesare battisti che viene pubblicato in Italia. Il primo, Travestito da uomo, è introvabile; l’altro, L’ultimo sparo, ha costituito l’esordio nella narrativa di DeriveApprodi. Da questo autore troppi recensori prendono le distanze, non celano l’imbarazzo; anzi spesso condannano, e con veemenza. Altri, come molti lettori, sono attratti dalla realtà della sua vita inscindibile dalle storie che racconta. Ma cosa si vuole dal noir se non realismo assoluto, sentimenti vissuti fino in fondo e passione? E perché, allora, se a scrivere una di queste storie è una persona che per molti anni ha vissuto in questo modo, molti ne hanno repulsione e sentono il bisogno di elevarsi moralmente? La risposta è semplice: in troppi temiamo la verità e siamo incapaci di confrontarci con essa.

L’orma rossa è un libro semplice e intenso, che sviluppa la vicenda senza metafore ed è diretto come la vita di tutti i giorni. Ma ciò che colpisce il lettore è la capacità che Cesare Battisti impiega mettendo in campo, a fianco al più estremo realismo, anche l’immaginario politico. Da anni, con lo scadimento  della qualità dell’informazione, si sono rincorse leggende, piste, smentite, scoop, rivelazioni che altro non hanno fatto che contribuire ad occultare le responsabilità politiche, gli intrighi e le collusioni. Ebbene, questo immaginario politico, latente e non verificabile, innovativo e insolito in quello che dobbiamo considerare anche come un romanzo italiano, irrompe in questa vicenda e la marchia a fuoco.

Di fronte al suo protagonista e ai suoi compagni di ventura si ergono fantasmi quali Togliatti e De Gasperi, la spartizione in blocco del mondo dopo la guerra mondiale, gli, intrighi più inquietanti del dopoguerra, ma solo per dimostrare la mancanza di consistenza di un avversario che da tempo ha abbandonato la sua identità politica per diventare solo immaginario (finanziario, militare, di propaganda). E allora, di fronte a questa simulazione che rimanda a se stessa, Battisti presenta lo svuotamento della stessa esperienza armata, diventata tecnica della sopravvivenza quotidiana. Ma, al di là di queste considerazioni, forse frettolose e certo opinabili, il romanzo è davvero bello, e si chiude in maniera esemplare, come i noir che più amiamo.