Travestito da uomo


Una decina di anni fa cominciai a buttare giù le prime linee di un romanzo. Allora non sapevo ancora dove andavo a parare, cercavo disperatamente una storia, un pretesto nel quale snodare un'interrogazione esistenziale attraverso degli atti o parole specifiche. Senza esserne cosciente, stavo scrivendo l'ultimo capitolo dei miei anni settanta: "Travestito da uomo" -... per non essere niente, era il titolo completo-. Claudio, il protagonista, si dibatte per sopravvivere al purgatorio degli esiliati italiani a Parigi. Finirà per abbandonare definitivamente la scena nel solo modo possibile. Tolta di mezzo questa mina vagante, mi sono detto allora, potrei tentare a spingermi oltre, risalire ancora un po' il tempo per gettare uno sguardo a un passato meno recente. E un libro dopo l'altro, mi sono ritrovato improvvisamente sulla soglia degli anni settanta. La prima reazione è stata quella di tornare indietro di corsa, ma la macchina del tempo non funzionava più. Non mi restava altro che avventurarmi in quel deserto di menzogne dove brillavano le ossa di altri incauti. Non ci tenevo a fare la stessa fine, allora mi sono inventato una favola, un pretesto psicologico che mi liberasse dalla tara ideologica. Solo inseguendo la fantasia potevo ricostruirmi un passato con un'infinità di dettagli tragico-umoristici, i quali anche se fossero appartenuti alla storia di un altro non sarebbe stata meno reale della mia.