Ultimo Sparo


Vita privata dell'Autonomia a mano armata

Ultimamente è molto in voga recensire libri a misura di viaggio. Lo fa, per esempio, Patrizio Roversi, nella sua pregevole trasmissione interamente dedicata all'editoria, ingaggiando, come commentatori di novità librarie, dei passeggeri di pullman che percorrono tratte di qualche centinaio di chilometri. Ho voluto provare anch'io. Come tragitto ho scelto il percorso Milano-Rimini, come mezzo di trasporto ho optato per il treno e per "L'ultimo sparo" come libro. Purtroppo, mentre il capotreno annunciava l'entrata nella stazione di Reggio Emilia, io mi avventuravo già nell'incipit dell'ultimo capitolo e, all'altezza di Bologna, mi trovavo inesorabilmente costretta a rallentare il ritmo della lettura per gustare meglio le ultime righe che mi separavano dalla fine, così come ci si attarda, seppure per pochi impercettibili attimi, nell'abbraccio di una persona cara, al momento dei saluti che precedono la sua partenza.

Questo "romanzo-lampo" merita senza dubbio di essere letto. Innanzitutto perché è preceduto da una valida introduzione firmata da Valerio Evangelisti, ritenuto, credo a ragione, uno degli autori più promettenti dell'attuale scena letteraria italiana. Inoltre perché si tratta di un racconto veloce, efficace, con un sapore di verità che solo le esperienze intensamente vissute sanno trasmettere intatte, una volta che siano riportate sulla carta stampata. Non definirò "L'Ultimo sparo" un racconto "fresco" - nonostante l'ironia e la spontanea semplicità della narrazione mi tentino a questa attribuzione - innanzitutto per il fatto che il termine evoca atmosfere ben differenti da quelle contenute nel libro: le pistole di vario colore politico, il carcere, i morti e le repressioni, che hanno fatto la storia degli anni '70 in questo Paese. Poi perché insieme a molti altri racconti ambientati in quel decennio, sembra essere stato dimenticato, immerso in una tolla di colori ad acqua che vira le sue sfumature dal grigio chiaro, al violetto, al fumo di Londra, fino al blu notte con qualche sporadica fantasia floreale che stenta sempre a conquistare il primo piano sulla scena. Il primo motivo di questa sollecitazione cromatica deriva dal fatto di essere ambientato prevalentemente a Milano.

Il secondo, come ho già detto, all'angoscia degli anni '70. Intensamente autobiografico, questo romanzo narra la vicenda umana di un delinquente comune che, perennemente ricercato dalla polizia, incappa nello spartiacque di un percorso politico esasperatamente in bilico tra la lotta armata, da una parte, e la concezione di una violenza diffusa come forma di agire politico che viene, per esempio, sostenuta da gruppi come Autonomia Operaia. Sul filo di questo estuario politico, Claudio(ma è solo il nome alias della finta carta di identità) viene prima accettato per la sua esperienza delinquenziale e poi per una certa spontaneità nei rapporti interpersonali che sembra fare un difetto agli altri membri dei gruppi con cui entra in contatto, ripiegati nelle lotte di potere interno o nelle contraddizioni inevitabili di chi mostra di essere tanto convinto di qualcosa a 20 anni o poco più. In questo libro viene esplorata la "privacy" di un movimento troppo spesso considerato solo politico, dimostrandoci che i conti in sospeso le democrazie li devono saldare non solo con la storia, ma anche, e soprattutto, con le storie di qualche migliaia di giovani uomini e donne che hanno pagato con la morte, il carcere o l'esilio il loro "ultimo sparo".

Roberta Sapio