Il maschile vive
come scacco il non generare e trasforma questo scacco in una
percezione negativa del proprio corpo. In un senso di inadeguatezza.
Il maschile usa il
proprio silenzio per disconoscere la parzialità della
propria parola, sottrarsi alle relazioni di genere, nascondere
il potere che esercita sulla produzione dei significati e la
natura sessuata di questo stesso potere.
Decostruire il maschile
non é lavoro storiogragico, ma un bisogno e un problema
di creatività, responsabilità e libertà
nel rapporto con cio' che si ha alle spalle e si porta con sé.
Il maschile proietta
se stesso oltre il proprio corpo, e quella che percepisce come
sua miseria, alla ricerca di legittimazioni esterne.
Genere e sapere sono
rappresentati come campi separati. Questa separazione va messa
in discussione e ne vanno interrogate le ragioni. L'obiettivo
é sperimentare come il sapere sia fondato sul genere
e il genere sul sapere.
É necessario
partire dai nostri padri, riconscerne la storia, non svalorizzarla,
ma poi é necessario portarci oltre. Dobbiamo cominciare
a misurarci anche con la storia delle nostre madri.
Il potere di parola
dell'uomo ha fatto storicamente ricorso all'autorità
di tecniche e saperi presentati come neutri ed esterni a sé
(diritto,politica, scienza, economia, medicina).Dietro l'eccesso
di parola normativa e scientifica maschile c'é un vuoto.
Il maschile usa saperi come protesi del proprio corpo.
Le rappresentazioni
maschili di sé non sono un destino.
L'emergere della
soggettività e il liberarsi del desiderio delle donne
contribuisce a modificare la percezione che il maschile ha di
sé. E' un'occasione.
Per fare questo percorso
occorre una buona dose di leggerezza.
Io sono claudio vedovati.
Uno dei miei problemi nel rapporto con il maschile é
imparare a dire noi.