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Alcune riflessioni e domande di Claudio Vedovati sul rapporto generi-saperi

Il corpo maschile non genera.

Il maschile vive come scacco il non generare e trasforma questo scacco in una percezione negativa del proprio corpo. In un senso di inadeguatezza.

Il maschile usa il proprio silenzio per disconoscere la parzialità della propria parola, sottrarsi alle relazioni di genere, nascondere il potere che esercita sulla produzione dei significati e la natura sessuata di questo stesso potere.

Decostruire il maschile non é lavoro storiogragico, ma un bisogno e un problema di creatività, responsabilità e libertà nel rapporto con cio' che si ha alle spalle e si porta con sé.

Il maschile proietta se stesso oltre il proprio corpo, e quella che percepisce come sua miseria, alla ricerca di legittimazioni esterne.

Genere e sapere sono rappresentati come campi separati. Questa separazione va messa in discussione e ne vanno interrogate le ragioni. L'obiettivo é sperimentare come il sapere sia fondato sul genere e il genere sul sapere.

É necessario partire dai nostri padri, riconscerne la storia, non svalorizzarla, ma poi é necessario portarci oltre. Dobbiamo cominciare a misurarci anche con la storia delle nostre madri.

Il potere di parola dell'uomo ha fatto storicamente ricorso all'autorità di tecniche e saperi presentati come neutri ed esterni a sé (diritto,politica, scienza, economia, medicina).Dietro l'eccesso di parola normativa e scientifica maschile c'é un vuoto. Il maschile usa saperi come protesi del proprio corpo.

Le rappresentazioni maschili di sé non sono un destino.

L'emergere della soggettività e il liberarsi del desiderio delle donne contribuisce a modificare la percezione che il maschile ha di sé. E' un'occasione.

Per fare questo percorso occorre una buona dose di leggerezza.

Io sono claudio vedovati. Uno dei miei problemi nel rapporto con il maschile é imparare a dire noi.

Quadro di Toledo, Autoritratto ]


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